martedì, novembre 17, 2009

Il titolo non è il tentativo di produrmi in sterili allitterazioni pensando, magari, di essere un poeta come qualcuno che pubblica su sedicenti riviste e, a tempo perso, fa anche il ministro. Quel ministro che ieri è riuscito a sparare a zero sulla cultura italiana definendola, in linea di massima, prona e asservita al potere, quello stesso potere che egli rappresenta. Forse perché non concepisce l'arte sganciata dal potere e vede inciuci dappertutto, tranne che nelle proprie stanze. Non è la prima volta che il suddetto vede "rosso" in ogni dove, gli era già capitato a Torino quando qualcuno gli aveva fatto notare che tra 2 anni si festeggerà il secolo e mezzo dall'Unità d'Italia e che nella "prima capitale", dove sono previsti grandi festeggiamenti, non si è ancora visto un soldo. Ed egli, mosso da sincere convinzioni, ha sbottato che la cultura a Torino e in Piemonte tendeva troppo a colori sanguigni e che non era certo che quei soldi sarebbero mai arrivati. Adesso il suddetto ha sputato sul teatro e sugli attori, con equipollenti minacce, ché tanto lui è il signore e padrone e può decidere, per un vezzo personale, dove distribuire e in che misura. Per pura formalità potremmo estendere il discorso a tutti gli artisti e gli addetti ai lavori, a quella massa di servi a 90 gradi che si è vista tagliare i fondi...pardon, i soldi...e che magari ha un tantino ragione di dichiararsi insoddisfatta. Una massa copiosa di gente, non c'è che dire, in buona parte sconosciuta e estranea ai giochi di potere, in buona parte sconosciuta. Gente che ama il suo lavoro e crede nell'arte, nel suo ruolo sociale ed universale, nel suo contributo al miglioramento della qualità della vita. Arte che non sempre è custodita in scrigni e musei ma, spesso, va portata in giro, divulgata, somministrata. E per farlo ci vogliono soldi, nessuna macchina può partire senza carburante. Mi auguro che il suddetto, continuiamo a chiamarlo così, riscopra la sua vocazione all'arte, non riuscendo a cogliere il suo "ruolo", e si (ci) liberi della carica ingombrante di politico e ministro, dedicandosi a quei quattro versi traballanti che gli riesce qualche volta di spurgare, illudendosi di essere anche un poeta.

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categoria:torino, dibattiti
lunedì, novembre 16, 2009
Questo week-end ho avuto modo di accorgermi come il tempo possa essere speso bene senza puntare a compiere grandi imprese. A volte un fine settimana può rivelarsi esemplare senza andare per forza chissà dove. Ma può essere il momento migliore per imparare a giocare alla goriziana, scoprendo che è più interessante e avvincente della tradizionale carambola; e poi alzarti il sabato e prepararti a partire per andare a vedere Italia - Nuova Zelanda di rugby a Milano. Può capitarti di entrare per la prima volta a San Siro, di farlo non per andare a vedere l'Inter o il calcio, e di riconoscere che più che uno stadio è un monumento che regala più di un'emozione. Poi cammini e sgomiti in metro per prendere un treno al volo e trovarti sotto il duomo dove un amico che non vedi da più di dieci anni ti aspetta. Due passi per la città e per scoprire che Milano sa anche essere sfavillante e bella, con combriccole miste di italiani e stranieri sedute in pizzeria o al Mc Donald a mangiare insieme, senza barriere o distinzioni, e musicisti seduti a un tavolino a bere un caffé in compagni del loro violoncello. Ho pensato che non ero ancora stato a Milano il sabato pomeriggio, che di per sé non ha niente di diverso da qualsiasi altra città, ma che comunque qualsiasi città è speciale di sabato, spensierata, festante, leggera. Ieri è stata la giornata delle crepe a pranzo, e subito ho sbagliato le dosi, invertendo gli ingredienti e preparando impasto per un reggimento (Che scemo!). Ma poi ho preso la mano ai fornelli, scoprendo quanto può essere rilassante aspettare che la cialda si solidifichi prima di farcirla a piacimento. La casa nel pomeriggio si è popolata di amici ed è stata una gran festa, seguita dalla tristezza di un altro weekend andato, certi della malinconia del giorno dopo e del ritorno a una bigia quotidianità. Oggi penso che la vita è come una bella partita alla goriziana, ti può uscire un tiro da maestro e subito ti senti un grande, vedi il castello crollare birillo a birillo e già fai la conta dei punti che ti spettano. Ma anche i più grandi campioni possono ciccare il tiro e mandare in fumo quanto costruito, lasciandosi in bocca un gusto di bruciato, come quella di una crepe lasciata troppo sul fuoco. Ieri non è stato così, a volte basta sapere far bene le cose più normali e ammirare il risultato per capire che non hai bisogno di altre dimostrazioni.

 
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categoria:tra me e me, altre cose che faccio
mercoledì, novembre 04, 2009
Il lavoro è l'attività della giornata che occupa più tempo e forse, proprio per questo, dovrebbe essere stimolante ancora più che stancante. Quando mi è capitato, in verità poche volte, di ricoprire un incarico che mi piaceva, tornavo alla sera stanco ma non esausto, avevo ancora energia per fare e progettare. Invidio, lo ammetto, coloro che possono considerare il lavoro come una seconda casa o, addirittura, una condizione, quelli che, per esempio, non hanno orari, non frignano se la sera devono rincasare alle nove, sapendo di aver vissuto anche se hanno dovuto sacrificare la propria vita sociale sull'altare di qualche soddisfazione professionale in più. Quelli che a volte le domeniche le passano in casa chini sui libri, o per scadenze imminenti o anche solo per migliorare la propria formazione: io per primo mi sto accorgendo di come, ora che sono laureato da quasi due anni, dovrei rimettermi a studiare e riguardare quasi tutti i miei libri di testo di sana pianta. Ma immancabilmente mi domando a cosa mi sono serviti tutti questi anni se poi concretamente non sono riuscito, ancora adesso, a 35 anni, a fare quello che mi piace... Sopprimo la rabbia e lo sconforto, preferisco in questi casi uscire, vedere gente, o occupare la mente con un libro o guardando un film. Mi piacerebbe avere un impegno a sera, credo che sarei più tranquillo, potrei concentrare in poche ore la voglia di reinventarmi che per otto ore al giorno dimentico in qualche stanzino freddo, e magari imparare una delle miriadi di cose che non so fare. Mi piacerebbe andare di nuovo al teatro, praticare uno sport...non il nuoto, il nuoto lo odio..., andare a seguire una conferenza o qualche presentazione, fare un corso. Oppure potrei fondare un associazione di artisti, un gruppo di lettura, organizzare serate a tema. Adesso mi oriento un attimo e decido da cosa cominciare, da solo o in compagnia, il segreto sta tutto nel cominciare bene.

Oggi ho letto una frase di Richard Bach: "Più desidero che qualcosa sia fatto, meno lo chiamo lavoro".
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categoria:vita da single, tra me e me, altre cose che faccio
venerdì, ottobre 16, 2009
Ci sarà un posto in cui tornare e sentire che tutto attorno ti è familiare, che hai confidenza, che godi del tepore di un letto caldo, o il ristoro di una bevanda ghiacciata. Lo aspetto, credo che tutti ne aspettino uno, forse qualcuno già ce l'ha ma non lo sa, oppure non lo troverà mai; un posto in cui poggiare la testa e sentire che il sonno non fatica ad arrivare, in cui una donna sorride con dolcezza e ti si sdraia affianco, in cui ci sono idee ben fisse nella mente che non possono che produrre progetti promettenti. Un posto creativo, consolante, corroborante, in cui il cuore non ha paura di battere e le parole di sfuggire dalle labbra, in cui non esistono denti stretti e pugni chiusi, in cui il corpo non trema ma vibra di emozioni, in cui ci sono lacrime solo di gioia. Un posto dove ti alzi presto perché non hai tempo per dormire, come un bambino la mattina di Natale aspetta di scartare un nuovo regalo o uno scolaro l'ultimo giorno di scuola che aspetta solo di poter correre via. Un posto sconfinato come un atollo tropicale o intimo come un salotto damascato, ma comunque amato, cercato, con nostalgia rimestato. Bagno di care cose consuete in cui sdraiarsi ogni tanto o per sempre, abbastanza da sentirlo vivo e presente, mai perduto. La strada giusta in cui fermarsi ad aspettare lei che scende, o la piazza maestosa di una città sfavillante che improvvisamente ti si presenta dal fondo di un vicolo, l'ultimo gradino prima di riprendere fiato, la finestra a cui affacciarsi per rimirare la luna sulla neve, al caldo di un camino mentre fuori gela. Un posto. Quel posto. Il mio posto migliore nel mondo.

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categoria:luoghi, tra me e me, bella cosa
mercoledì, ottobre 07, 2009
E' questo il titolo di un articolo apparso su Repubblica di oggi, in cui si pone il riflettore sul fenomeno della narrativa on line, in verità da noi molto ancora poco diffuso. La questione era già stata sollevata alcune settimane fa dalla nascita di Google Book, un motore di ricerca che permette di "rintracciare" testi e citazioni in rete su un bagaglio di milioni di testi già disponibili. La posizione sulla libera circolazione della parola scritta è abbastanza chiara, almeno da noi, dove gratuità equivale, chissà come mai, a furto o, chiaramente, pirateria. Scaricare è illegale e chi scarica è uno sfigato. Perché non è importante che uno scritto sia a disposizione del pubblico; è importante, semmai, che sia in commercio perché qualcuno, raramente l'autore, possa arricchirsi. Perché di scrittori che vivono con i loro diritti, si sa, ce ne sono pochi, una manciata, e quei pochi che ci riescono sono talmente popolari che i loro "prodotti" sono diffusi abbastanza da non dover temere cali di vendite. Se si pensa che l'ultimo romanzo di Dan Brown è  già hai primi posti nelle classifiche di mezzo mondo eppure è stato scaricato in 166 versioni diverse, non vedo come la libera circolazione della cultura possa spaventare gli addetti ai lavori. Anche masterizzare cd dovrebbe essere, per esempio, considerato un modo irregolare di ascoltare la musica, ma dal momento che acquistando un masterizzatore...di cui ormai tutti i computer sono provvisti per prassi si paga una percentuale di diritti alla Siae compresa nel prezzo, mi dite dov'è il guadagno per gli autori? Allora dovrebbero essere abolite anche le biblioteche, dove il prestito non è a pagamento, benché l'UE abbia tentato a più riprese di imporlo. Qual è la differenza tra scaricare un testo e leggerlo on line e prenderlo da uno scaffale? Con tutto il materiale che ci sarebbe da digitalizzare ci creerebbe lavoro per anni e per tantissima gente, altro che callcenter e supermercati. Meditate gente, e leggete, che leggere aiuta sempre a meditare.


 
mercoledì, settembre 30, 2009

Ogni giorno vengono selezionati nuovi racconti per la colossale raccolta di racconti brevi - dal titolo ancora da definire - che i tipi della Delos vogliono pubblicare. L'argomento cardine è l'erotismo e ciascun racconto andrà a occupare un giorno dell'anno, in un calendario piccante. Al di là del genere, che non amo particolarmente ma neanche disdegno completamente, leggere alcune mie storie per credere, trovo che uno dei meriti che questo progetto può avere è di invogliare a leggere almeno una pagina al giorno, che vi assicuro è già tanto nel nostro paese.

Ecco un brevissimo spezzone:

Lei mi si avvicinò e puntò i suoi occhi azzurri, ipnotici, nei miei. Ero confuso.

Subito dopo mi baciò a lungo, la lingua che toccò la mia e la accarezzò. Mi sentii ardere dentro, bruciare dall’inguine in poi.

- Ma insomma - si finse offesa, dopo essersi staccata da me. - Sei davvero noioso! Non mi chiedi niente?

- Di cosa si tratta? - rantolai con la gola secca. - In cosa consisterebbe questo tuo… cambiamento? Cosa ti è successo?

Ora tutto sta nel capire chi è Susanna. Tranquilli, è talmente famosa che tutti l'hanno vista almeno una volta.

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categoria:universolibri
martedì, settembre 29, 2009
Ingranaggio: Combinazione di elementi dentati che trasmette il moto da un organo meccanico a un altro. Meccanica: Ramo della fisica che studia il movimento e l'equilibrio dei corpi e l'azione delle forze che li determinano. E' tutto un fatto di meccanica, di movimento, di fare parte di un ingranaggio. Vivere è questo, è naturale, esistere sottostà a leggi della natura e a forze che ne determinano il flusso. Sentirsi parte di un meccanismo, di un ingranaggio non è altrettanto facile. Sono le 17,15 di questo pomeriggio, dovrei essere fuori dal mio ufficio da un quarto d'ora eppure sono ancora qui ad aggiornare il mio blog. Farlo mi fa sentire a posto, perché potrei scrivere a casa dei miei, stasera sono a cena da loro, ma scrivere si deve soprattutto quando si sente il momento per farlo. Scrivere è il mio modo per sentirmi parte di un ingranaggio, di un qualcosa che si muove meccanicamente verso un obiettivo. Se chi legge un libro lo capisse invece di trastullarsi con domande idiote come "perché hai scritto un libro, non se ne scrivono abbastanza ogni giorno in Italia?" No, non è un fatto di quantità o, se vogliamo, di qualità: è un fatto di pura necessità, di respiro, di evasione, di vuoto allo stomaco. Rileggo certe cose che ho scritto e sono da brivido, come quando ho finito la stesura di Millegiorni e ho sentito il profumo dei personaggi, come se ne avessero uno. Ma queste cose resteranno a me, gli altri non c'entrano, non sapranno mai come mi ha fatto sentire scriverle. Alla presentazione de Le note di Nancy di giovedì scorso mi è stato chiesto se lo riscriverei adesso, se sono cambiato da quando l'ho finito. Figurarsi, Le note di Nancy non riesco neanche più a rileggerlo, mi è costato tale e tanta fatica da non poterlo aprire senza sentire l'emicrania divorarmi. No che non lo rifarei, eppure a ben vedere è una delle mie opere più complesse e piene almeno quanto è una delle più incomplete. Per quante volte mi ritrovassi a rileggerla altrettante la cambierei, forse è per questo che lo lascio così com'è e non ci penso più. E per altro ai lettori sta dimostrando di piacere così com'è. Sono uno scrittore in tempi in cui questo sembra non avere più importanza, non è un mestiere, qualcuno penserebbe che tutti lo sono oggi, basta pizzicare le corde giuste. Ma è una condizione, e questo è quanto basta. Ci sarebbe anche se smettessi di pubblicare o, ancora prima, scrivere. E vorrei approfondirla, metterla in pratica, viverla nel quotidiano, sentire che qualcuno in me la sente e la condivide. Adesso esco da qui, sono le 17,30 e devo mettermi in moto, che anche camminare e prendere il pullman equivale a muoversi dopo otto ore in cui senti di essere restato fermo.

 
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categoria:i miei libri, altre cose che faccio
martedì, settembre 15, 2009

 Cosa intendiamo quando diciamo Sarà per sempre? E' una frase abusata, frutto dell'esigenza di conferme in una realtà che ce ne offre poche. E' più facile, spesso, evadere, rifugiarsi nelle proprie fantasie, ma è ben peggio quando ad esse cerchiamo di adattare la realtà , un po' come quando si adatta la pasta alla teglia. Poche cose sono per sempre e non lo dico per cattiveria o pessimismo, ma perché l'essere umano oggi rifugge proprio ciò che cerca di più: la stabilità. Perché stabilità può anche voler dire invariabilità e non si è disposti a chiudersi in tanti meri comportamenti assodati. Ci si lascia sempre qualche pertugio aperto per guadagnare l'uscita quando la nostra vita comincia a ristagnare e c'è aria viziata. Però se si ama qualcosa - una persona, una situazione, una condizione - si vorrebbe averla per sempre, non perderla mai. Quando non c'è più si vive di rimpianti e di dubbi, ci si autoflagella con mille domande convinti che la colpa sia sempre nostra e di nessun altro. Fino adesso mi sono fatto l'idea che ci sono cose destinate a cambiare, altre a sparire, altre a tornare, forse, come sono. Ci vuole solo tanta pazienza. Ma quando manca ciò che ci faceva stare bene si attraversa una fase difficile, in cui si è ostili con essa e anche i ricordi sanno indispettirci. Basta pensare a certe persone che, improvvisamente, sono andate via, a quanto hanno saputo appassionarci e a quanto sembrano lontane, e a come è difficile non odiarle per questo, perché per loro quante volte abbiamo detto: sarà per sempre. Pensarle dopo, a quando si sono disimpegnate e defilate, con le nostre promesse gettate sotto metri di terra, così diverse da quelle che ricordavamo... A volte sembra che le cose che desideriamo di più siano le prime a sfuggirci di mano, forse perché abbiamo troppa paura di perderle. Sono cristalli di boemia destinati ad andare in mille frantumi, perché a forza di tenerle tra mani tremanti finiscono con il cadere per terra. Per questo sto cercando di non credere più nel sempre, ma nel qui e ora: niente più promesse, niente più sicurezze, basta con gli sciocchi tentativi di guardare la strada con gli abbaglianti, non servono, non sempre gli ostacoli che ci fanno perdere il controllo sono fermi in mezzo alla carreggiata, a volte, spesso anzi, spuntano all'improvviso.

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categoria:tra me e me
giovedì, settembre 10, 2009

Ecco come succede, un autore (italiano o straniero poco importa) studia una storia abborracciata in cui ficcare dentro un po' di personaggi poco delineati, pensando che in fondo il lettore un po' di impegno nella lettura ce lo può mettere, che sia pure lui a delinearli quanto basta. A questi personaggi si attribuiscono ruoli improbabili quanto non anche inutili all'interno della storia e tutto si chiude con un non ben precisato finale, al che la critica addomesticata dagli editori urla al capolavoro e, come conseguenza diretta, al fenomeno letterario. Ecco com'è che giovani autori diventano celebri e coccolati e che, manco a dirlo, sedicenti registi trovino interessanti i loro libri e ne facciano film. D'altro c'è poco o niente, quando il fenomeno non funziona ci sono i soliti noti, mazzaspezzatini e scarpe bucate, a far da mattatori. Del substrato letterario narrativo poco o niente, c'è chi si chiede se esista ancora o se sia mai esistito. E forse qualcuno vorrebbe che restasse dov'è.

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categoria:dibattiti, gentile editore, universolibri
martedì, agosto 11, 2009

Ci sono periodi in cui vorresti che qualcuno ti parlasse all'orecchio, ti sussurrasse parole di conforto quando sei giù e non vedi prospettive di cambiamento, cerchi una svolta che non sai dove si trovi. Un po' come fanno gli angeli di Wenders in Il cielo sopra Berlino, che si avvicinano e ti sussurrano qualcosa che le orecchie non possono sentire, ma il cuore sì, ed ecco che il volto si distende e affiora un sorriso. E' di quelle parole che si ha bisogno e, paradossalmente, in periodi come questo sembra che tutti si sfoghino con te, che nel momento in cui sei più fragile vogliano a tutti i costi affondare la lama nel tuo costato. E ti sembra che gli angeli non esistono, o forse sì e siamo noi che non riusciamo a sentirli, che la voce negativa che affolla la nostra mente è più forte, roboante, e non sentiamo più niente. E non pensiamo che forse chi ci attacca ha bisogno di quella voce quanto noi, e che noi potremmo avere una parola di conforto per lui ma preferiamo aggredirlo forti dei nostri problemi. Sono giorni così, so che passeranno, ma decisamente mi aspettavo un'estate molto diversa, che mi caricasse, e invece mi sembra di essere sotto pressione come sempre, anche se non per il lavoro. La cosa peggiore è che mi sembra che nessuno possa darmi un vero aiuto e quindi evito di chiederne, parlo con gli amici, espongo anche il problema, ma poi quello che si muove dentro di me non ha valvole di sfogo e non viene fuori. Mi accorgo che anche la disponibilità e le premure di quei pochi che si accorgono del mio disagio possa scuotermi, solo uscire, stare in compagnia, fare tardi la sera, a volte neanche quello. La mia paura è che ciò che sento gli altri non vogliano davvero percepirlo, sono le "mie" sensazioni e, in quanto tali, non c'è ragione che interessino anche agli altri, anzi finirebbero per rendermi invadente, stressante, finirebbero per allontanarli. Mi sembra che questo mondo che ha bisogno di dolcezza, comprensione, partecipazione emotiva, si perda in sciocche logiche di sistema che strozzano i sentimenti e impediscano che emergano. Si ha paura di ascoltare cosa detta il cuore di un'altra persona, ci si ostina ad essere asserragliati nel proprio egoismo, come se nessuno possa donare e condividere davvero niente con nessuno. Questo equivale a impedire a una persona di parlare, di esprimersi, è una censura delle emozioni e delle sensazioni, tutto deve restare in noi, custodito, nascosto, protetto. Perché se esce fuori, se ti permetti di lasciare libero sfogo a ciò che senti, sei bollato, interdetto, escluso. Il più grande analfabetismo del nostro tempo non è linguistico, ma emotivo: non è più questione di saper esprimersi a parole, quel che non si capisce, che non si riesce a tradurre è il senso dei sentimenti che esse descrivono. Magari poi si prova compassione o partecipazione per la star morta d'infarto o per lo sventurato finito sulla prima pagina di cronaca nera, o peggio ancora per le magagne dei protagonisti del Grande Fratello, e lì tutti hanno parole di conforto, di compassione, di sostegno. Poi ci si dimentica dell'amico con cui si esce, del collega, del fratello e della sorella, si pensa che se non chiedono mai è perché preferiscono non parlare, senza pensare a quanto potere si avrebbe per farli stare meglio. C'è troppo rumore intorno a noi per potersi accorgere del suono accogliente e piacevole di un sussurro nell'orecchio.

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categoria:questioni di cuore, tra me e me