Il titolo non è il tentativo di produrmi in sterili allitterazioni pensando, magari, di essere un poeta come qualcuno che pubblica su sedicenti riviste e, a tempo perso, fa anche il ministro. Quel ministro che ieri è riuscito a sparare a zero sulla cultura italiana definendola, in linea di massima, prona e asservita al potere, quello stesso potere che egli rappresenta. Forse perché non concepisce l'arte sganciata dal potere e vede inciuci dappertutto, tranne che nelle proprie stanze. Non è la prima volta che il suddetto vede "rosso" in ogni dove, gli era già capitato a Torino quando qualcuno gli aveva fatto notare che tra 2 anni si festeggerà il secolo e mezzo dall'Unità d'Italia e che nella "prima capitale", dove sono previsti grandi festeggiamenti, non si è ancora visto un soldo. Ed egli, mosso da sincere convinzioni, ha sbottato che la cultura a Torino e in Piemonte tendeva troppo a colori sanguigni e che non era certo che quei soldi sarebbero mai arrivati. Adesso il suddetto ha sputato sul teatro e sugli attori, con equipollenti minacce, ché tanto lui è il signore e padrone e può decidere, per un vezzo personale, dove distribuire e in che misura. Per pura formalità potremmo estendere il discorso a tutti gli artisti e gli addetti ai lavori, a quella massa di servi a 90 gradi che si è vista tagliare i fondi...pardon, i soldi...e che magari ha un tantino ragione di dichiararsi insoddisfatta. Una massa copiosa di gente, non c'è che dire, in buona parte sconosciuta e estranea ai giochi di potere, in buona parte sconosciuta. Gente che ama il suo lavoro e crede nell'arte, nel suo ruolo sociale ed universale, nel suo contributo al miglioramento della qualità della vita. Arte che non sempre è custodita in scrigni e musei ma, spesso, va portata in giro, divulgata, somministrata. E per farlo ci vogliono soldi, nessuna macchina può partire senza carburante. Mi auguro che il suddetto, continuiamo a chiamarlo così, riscopra la sua vocazione all'arte, non riuscendo a cogliere il suo "ruolo", e si (ci) liberi della carica ingombrante di politico e ministro, dedicandosi a quei quattro versi traballanti che gli riesce qualche volta di spurgare, illudendosi di essere anche un poeta.









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