mercoledì, settembre 29, 2004
La mia vita come sempre mi mette di fronte a delle brusche scelte. Esattamente come l'anno scorso, quando alla fine di settembre fui licenziato dal call center in cui lavoravo e pensai di cercare qualcosa di più inerente alle mie attitudini. Difatti, sono andato a lavorare in un altro call center, certo più tranquillo e serio, ma comunque un call center. In effetti quella del telemarketing non è proprio la mia strada, non può durare per sempre un lavoro del genere anche perché, come mi hanno fatto notare, i call center sono, insieme alla grande distribuzione, la patria del precariato.
L'anno scorso mi ero messo in testa di fondare un'associazione per artisti in ombra insieme a degli amici, progetto che poi è fallito per mancanza di fondi. Non potete immaginare la delusione, come sempre ero finito sulle nuvole e poi, di fronte all'evidenza, sono caduto giù! Quando mi metto in testa una cosa faccio grandi voli, ma se poi non riesce la delusione per me è superiore alla media. Quest'anno mi si presenta l'occasione di iniziare un corso da bibliotecario allo Csea, che mi darebbe una specializzazione e la possibilità di lavorare nel mio campo. So che scegliere questa strada significherà come tornare a scuola e ad essere figlio a carico a tutti gli effetti, perché essendo impegnato tutto il giorno non avrò tempo per lavorare. Ma spero che almeno dopo possa prendermi qualche soddisfazione in più, magari trovare un lavoro vero e che mi piace. Starò facendo la cosa giusta? O è solo un altro volo pindarico?
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domenica, settembre 26, 2004
Mi manca l’autunno, quello che dovrebbe essere già arrivato e invece non si vede. Ieri al tg hanno provato a prendere per il naso l’Italia parlando del maltempo in Piemonte. Hanno persino fatto vedere Torino sotto la pioggia, recuperando chissà dove qualche immagine di repertorio sui nubifragi autunnali che invece non ci sono. È da una settimana che qui c’è un sole che illumina il paesaggio come in agosto, e 30°, a volte più, nelle ore più calde. La temperatura si abbassa di notte e al primo mattino – difatti le escursioni termiche mi hanno fatto prendere un bel raffreddore – ma non basta questo per sentirsi pienamente in autunno. Non c’è il cielo di latta, ad esempio. E ne ho nostalgia. Di quel bel cielo d’argento che già prelude alle notti fredde, ma piene di stelle e con la neve che cade sui tetti e imbianca gli alberi. Che la sera, nitido, pulito, esalta le montagne e dona ai palazzi un’atmosfera nordica, alle strade, ai negozi, ai caffè nuovi colori, inediti, inusuali in estate. Dona loro un intimo calore, che scalda quando fuori fa freddo, e invita a entrare. E poi gli aerei che solcano il cielo nei tramonti abbaglianti, l’odore di liquori, zabaione e paste alla crema, il conforto di una coperta di lana, il tappeto umido di fogliame giallo che ricopre i marciapiedi, il sapore dei sughi e degli arrosti, il calore del vino, la musica di Dido e Lene Marlin che riempie la stanza all’imbrunire, i giochi in compagnia, le visite agli amici, i film di Alan Parker, i libri di Roddy Doyle. A ogni stagione il suo fascino, il suo tempo.
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giovedì, settembre 23, 2004
Udite! Udite!

Finalmente, dopo tanto tribolare, il 9 ottobre, alle 18 presenterò per la prima volta il mio nuovo libro, Luna all'alba. Il posto? Diwan Cafè (tanto per cambiare, qualcuno penserà), il caffè letterario più figo di Torino (secondo me, almeno). Alla presentazione seguirà un buffet offerto dalla casa - a parte le bevande, ma vi assicuro che ne vale la pena... Per chi volesse venire, l'indirizzo è Via Baretti 15/c (ang. Via Sant'Anselmo). Il Comune ha organizzato voli charter e collegamenti speciali via navetta da tutta Italia...devo moderarmi, le mie opere non sono tradotte in inglese... Per chi volesse venire, scuse valide non ce ne sono.
A parte gli scherzi, vi farò sapere com'è andata.

Appuntamento 2: il 16 ottobre, cioè il sabato dopo, sarò al Salone del Libro di Pisa, come autore del "Foglio" di Gordiano Lupi questa volta, con cui ho pubblicato due libri. Chiaramente il giornalaccio di Ferrara non c'entra niente...Dio me ne scampi. Ci sarà un aperitivo letterario e sarò a disposizione allo stand. Se qualcuno capita di lì, non manchi di farmi visita.
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martedì, settembre 21, 2004
Stamattina, mentre ero al lavoro, ho scritto la mia ultima poesia. Non so come mi è venuta, anche perché sto passando un periodo un po' nero, ma mi piace e mi andava di farvela leggere. E' venuta fuori all'improvviso, come quasi tutte le mie poesie, nel momento meno indicato forse...stavo lavorando.

La tua voce

Il tuo nome lo scriverei sui muri,
leggero come i tuoi versi e i tuoi voli pindarici
fatti di melodia e armonia,
di parole e suoni
che sfiorano il sole fino a sfidarlo,
addensano nubi e placano il mare,
che diradano ombre e nebbie.
Tu sei poesia, hai un grande potere.
Ti intrufoli nei sogni, emergi dai ricordi,
saggi le correnti e domini le maree,
compari dal nulla, spunti dal buio,
a volte abbagli.

La tua voce è scroscio di pioggia che culla
e rombo di tuono che spaventa le notti,
è vino che profuma le botti.
E' colpo di frusta che sferza,
e carezza che lenisce le ferite.
E' respiro e tempesta, fuoco e acqua,
vita e morte, penombra:
una piena implacabile
che non concede tregue,
non cede a compromessi.
E' un'amica impagabile.
E' vento caldo, soffio, alito di donna;
turbine di capelli, svolazzo di gonna.

Il tuo nome lo inciderò sui muri,
sarà bello da leggere, da guardare,
luminoso, mirabile
come un sole nel meriggio
che non si può scordare.
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sabato, settembre 18, 2004
Guarda dentro agli occhi azzurri di un bambino
e vedrai da te quanto è grande il mondo.
E muovi i tuoi primi passi nel mattino,
e guardati intorno.
Se un fiocco di neve che cade dal cielo diventa ghiacciaio;
se un granello di sabbia portato dal vento diventa deserto.
E se una goccia è il mare e un abbraccio diventa amore.
E’ vero, è vero, è vero che non t’inganni e scoprirai da te quanto è grande questo grande mondo.
Che giri sempre intorno al sole...
tu mi parli chiaro senza usare parole. Canta le tue canzoni fino a toccarmi il cuore. Canzoni d’amore...
E se una goccia è il mare e un abbraccio diventa amore. E’ vero, è vero, è vero che non t’inganni e scoprirai da te quanto è grande questo grande mondo.

Ivan Graziani
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mercoledì, settembre 15, 2004
Ieri sera sono andato al cinema a vedere Catwoman…sì, proprio quel film con Halle Berry di cui si parla tanto. Sembra che sia diventato famoso per l’attrice…che francamente non se la cava neanche male…più che per il personaggio in sé, 64 anni e non sentirli. Inutile dire che, come tutte le volte che guardo un film, sono andato a leggere su internet le recensioni dei critici o di chi critico pensa di essere, e ho trovato le solite frasi fatte, i soliti passaggi cervellotici che – arrivati alla fine – non capisci cosa dicono e un nulla di che. Se un film è banale, aspettate la recensione e scoprirete che il termine banalità in questo caso è un eufemismo. Secondo me chi ne ha parlato non è che non ha visto il film, semplicemente, cosa ancora peggiore, non ha mai letto il fumetto, e forse non ha mai letto neanche Batman. E allora, che parla a fare? Da subito i paragoni tra la Catwoman di Batman Il Ritorno e quella del film di Pitof si sprecano, tutti a favore della prima. Ammetto che la Pfeiffer sia stata sublime, come sempre, nella sua interpretazione, ma se c’è qualcosa su cui davvero non si può eccepire in Catwoman è la sensualità della Berry, quella d’arte, non parlo di erotismo o pornografia. Halle Berry, che non è tra le attrici che difendo a spada tratta, ha una delle silhouette più sexy di Hollywood eppure è una donna che mostra davvero poco il suo corpo. In questo film, la sensualità di cui prima è perfettamente in linea con quella del personaggio, per cui la donna gatto è ricordata e conosciuta tra gli appassionati. Tanto è vero che da alcuni critici – quelli veri – è a suo modo considerato un personaggio erotico. Sono andato a vedere questo film sapendo che non avrei trovato una grande sceneggiatura, non certo gli scenari adatti – niente Gotham City, niente Batman – ma abbastanza soddisfatto dell’azione e della caratterizzazione del personaggio…perché in genere è così ben fatto che tende a rubare la scena agli altri, merito del genio di Bob Kane. Messo nelle mani sbagliate, però, può essere rovinato irreparabilmente. Pitof, secondo me, se l’è cavata benino. Altro da dire non ho, non consiglio di andare a vederlo, né di non andare. Non è un capolavoro, non è un film di serie B. Ci sono film molto peggiori che vengono dipinti come capolavori.
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venerdì, settembre 03, 2004
Sto leggendo un libro bellissimo, opera prima di un giovane scrittore indiano di nome Ardashir Vakil. È uno di quei libri che ogni tanto l’editoria tira fuori tra decine di titoli inutili o insipidi. Beach boy, questo è il titolo, è un romanzo che rivoluziona l’immagine dell’India, non rappresentata, per una volta, solo come un paese di miserie ma anche come terra di confine, paese avveniristico alle soglie del terzo millennio, con le sue città che alternano agli slum i grandi quartieri residenziali. La Bombay raccontata da Vakil, la sua città, è una metropoli moderna, caotica, di cui però l’autore naturalizzato britannico racconta la vita sfavillante, gli alberghi, le ville sul mare, le vacanze in esotiche fattorie, i bungalow sulla spiaggia, i campi da tennis, le grandi arterie cittadine trafficate come se fossero le freeway californiane, le feste in famiglie numerose, le stranezze dei vicini, i cinema stracolmi di spettatori…

Ecco a voi un assaggio:

Bombay non è più un’isola. Un tempo sì, era costituita da molte isole, come al signor Machado piaceva ripeterci. Poi il mare venne pompato via e si riempì il vuoto con sassi e terra. Mura, fossati, argini, strade sopraelevate congiunsero gli isolotti, un tempo separati, di Worli, Parel, Mahim e Colaba, e alla fine inghiottirono anche l’acqua che separava la città dal resto dell’India occidentale. Juhu, dove vivevamo, sulla costa del Mar Arabico, faceva parte di quella terraferma. Dove una volta c’era il mare, cisterne d’acqua coperte di ninfee bordavano le viscere della metropoli. Eppure, il mare è dappertutto. Come gli altri milioni di abitanti di questa città, io ne respiro l’aria salata, insieme alle esalazioni degli autobus BEST a due piani, dei camion con dietro scritto SUONARE IL CLACSON PERFAVORE OK, dei taxi gialli e neri, insieme ai fumi biliosi che salgono dalle alte ciminiere delle fabbriche, l’odore mielato dei bracieri a carbone su cui sfrigolano le arachidi, le insenature putrescenti, le fogne a cielo aperto e le schiere dei piccoli pesci, i Bombay duck, messi a seccare.
Qui non ci sono bagnanti scottati dal sole, ombrelloni a righe o tascabili da sdraio. Il mare grigio trasuda inquinamento, sbatte contro le rocce e le mura di infinite bonifiche, lambisce le fondamenta inzuppate dei caseggiati, cola tra le baracche abitate, travolge il litorale quando cade la pioggia. È tipo il mare che nessuno nota in città, ma senza il quale molti perderebbero l’ancora che li tiene aggrappati al mondo: i camminatori e i jogger mattutini, i devoti con le loro stuoie da preghiera, i pescatori che trascinano a riva le reti, i pescherecci e i giganteschi mercantili diretti verso le acque gelide dei paesi del nord, i senzatetto accovacciati a cagare sulla spiaggia di Juhu, i dhobi che battono il loro sudicio bucato sui massi di Haji Ali.
A Londra sono gli uccelli, a Singapore la pioggia, ma a Bombay è il mare che ti sveglia: il risucchio di un’onda, come una tenda che si apre, oppure gli spruzzi di un venticello in arrivo. Mattina sera pomeriggio e notte. Persino nel buio di un cinema, davanti a Rajesh Khanna in Apna Desh che balla e canta dimenandosi sulla scena, persino qui nel Citylight, si percepisce l’acqua scura, salmastra, che mormora in lontananza.
E di sera la gente accompagna a casa la gente. Le stanche migliaia che attraversano la città sulla linea Western o Central, i treni di superficie, e guardano l’acqua che compare e scompare sotto i loro piedi, accanto alle auto che procedono a passo d’uomo lungo le curve sopraelevate di Marine Drive, Mahalaxmi e Mahim. I sovraffollati autobus Leyland che sfrecciano davanti a code di pendolari in attesa. I perditempo che passeggiano mangiando aria, gli amanti sulle spiagge, i venditori che accendono le lampade a gas e sistemano ad arte i loro stuzzichini: montagne di riso soffiato, sev giallo, cipolle color porpora, puri croccanti, matka di coccio piene d’acqua speziata. Quando la luce del giorno si smorza, intere famiglie ben vestite si avvicinano lentamente al mare. Uomini che si arrotolano i pantaloni fino al ginocchio per immergersi in un’onda che li accarezza obbediente, lavando via la sabbia dai piedi. Donne avvolte nei loro sari, in gita di piacere, che non temono di saltare in acqua inzuppando i pesanti tessuti. Mendicanti che serpeggiano tra le bancarelle, implorando qualche avanzo. Cammelli e cammellieri tristi, cavalieri in groppa ai pony, venditori di palloncini, bari, creatori di sculture di sabbia, incantatori di serpenti, bunderwallah con scimmie rognose al seguito. Venditori di gelati e channawallah che canticchiano portando le loro arachidi e i ceci tostati in una grossa cesta legata al collo.
Il cielo della sera scende su tutti loro e la marea recede senza farsi notare.




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