lunedì, ottobre 31, 2005

Già che ci sono, parlo anch'io di questa tradizione di Halloween, che come festa mi fa un po' girare i cosiddetti, non per la festa in sé, ma solo perché se è giunta  a noi è solo perché gli americani hanno pensato bene di spalmarci addosso qualche altra contaminazione. Loro, preciso, perché la mitica Semhain celtica, festa pagana precedente all'avvento del cristianesimo avvenuto sotto San Patrizio, poco ha a che vedere con questa pagliacciata di zucche, dolcetti e scherzetti dei miei stivali! Preferivo il sano Carnevale delle maschere e delle bugie, che se non altro ha un'attinenza con la nostra cultura goliardica e popolare, visto che ogni città italiana ha la sua tradizione in merito. No, addio carnevale, arriva e passa senza lasciare il segno, e invece ogni anno non manca mai che nei negozi non compaiano zucche e cappelli da streghe. Cos'era Semhain, dunque, se non la festa più importante dei Celti, in cui il mondo dei vivi e quello dei morti si incontravano, in cui i messaggeri dei Syd - il paradiso anche chiamato "le Isole di Settentrione" -, dove secondo gli irlandesi vivevono in gloria i defunti che si erano distinti per coraggio e virtù, raggiungevano l'Isola di Smeraldo per portare ai vivi i messaggi dei cari scomparsi e si festeggiava per scongiurare il freddo e buio inverno del nord. Era l'opposto della festa di Beltane, alla luce dei cui fuochi si sono giaciuti Morgana e Artù ne Le Nebbie di Avalon, altra importante festa celtica in cui si celebrava la fecondità della primavera nei campi. Paganesimo, dunque, ma anche magia, amore, speranza. Altro che sfilate in costume e baggianate simili.

 Buon Semhain a tutti, dunque. Non dimenticate che non c'è inverno che può nuocervi se nel vostro cuore arderà sempre una fiammella di vita calda come un falò. E buon onomastico a tutti!

instructions for carving a jack o lantern

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venerdì, ottobre 28, 2005
Ieri è successa una cosa che determinerà la mia vita lavorativa per quasi un anno. Sono stato chiamato dalla biblioteca giuridica "Ruffini", che ha sede nell'università di Torino a Palazzo Nuovo. Sono andato stamattina a dare un'occhiata e a fare un colloquio, e mi sono sentito spaesato. E' una bestia di tre piani (da fuori non si direbbe), dicono la più grande del genere d'Europa. Ed è toccata a me. Potete immaginare l'euforia mista alle perplessità, ma se mi conosceste di persona sapreste che sono solito vivere emozioni contrastanti nello stesso momento. La responsabile mi ha fatto notare che sembravo un po' preoccupato. No, preoccupato no, come faccio a dirlo, sono qui da solo mezz'ora, però cacchio! Devo ammettere che l'idea di poter lavorare finalmente in un campo per cui mi sono preparato, di poter staccarele chiappe dalla sedia dei callcenter e appendere la cuffia al chiodo, fare qualcosa di più sensato che non vendere aria fritta ai clienti che non ne possono più di ricevere telefonate, fino a luglio dell'anno prossimo...be', questa serie di considerazioni non può che mandarmi in visibilio. Adessò starà tutto a farci il callo. E poi ci sono anche delle colleghe carine...va be', tralasciate questo, non è la cosa importante. Quando si comincia un nuovo lavoro, per peccato di umiltà, forse, o paura di sbagliare, tutto sembra così difficile e insormontabile. Bastano poche ore, magari un paio di giorni, e tutto appare più chiaro. Mi è successo al servizio civile, alla Seat Pagine Gialle e alla Tim, quando ho cominciato a lavorare al 119 ed è iniziata la mia lunga e spero defunta carriera di operatore callcenter. Forse solo quando ho pubblicato il mio primo libro non ho provato che gioia incontenibile, ma cosa c'entra, quello non lo considero neanche un lavoro.
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giovedì, ottobre 27, 2005

Settembre

 

 

Prima esercitazione antiterrorismo a Milano, si comincia a passare la notizia sui tg e sui giornali tre giorni prima, metà pagina di cronaca su Televideo è riservata a questo grande evento. La scusa: dobbiamo informare i cittadini che ciò che vedranno è finto. La televisione ha il potere di raggiungere la gente, anche chi non sa che c’è un’esercitazione a Milano potrà saperlo e evitare un infarto. E poi è la prima, vuoi perdertela?

 

 

 Primi di ottobre

 

 

 Roma. Esercitazione in presa diretta, l’inviata che strappa la parola al conduttore del tg per farci sapere tutto, a momenti conosce persino l’anno di immatricolazione e il nome dei proprietari di tutte le macchine disposte in mezzo alla strada per simulare un incidente provocato dall’attentato. Il televideo sbatte la notizia in prima, l’Italia deve sapere, non può vivere senza sapere, che nella Capitale ci sarà una simulazione antiterrorismo! E via con retroscena, interviste, riepiloghi delle fasi alla guerra al terrore.

 

 

 Settimana scorsa

 

 

 Napoli. Esercitazione, la terza in Italia. Nessuno si ricorderà della notizia, se non per l’incidente, vero, delle due ambulanze, che serve a confermare lo stereotipo sui napoletani. La televisione serve anche a questo, a stimolare l’immaginario popolare.

 

 

 Oggi

 

 

 Torino. Esercitazione antiterrorismo. Non è la città dei vip e dei politici, non riguarda gli scandali di Lapo, non ci sono di mezzo i conti in rosso del Toroc o i pastrocchi legali della Juventus. Tg e televideo dedicano servizi (e articoli) striminziti, niente dettagli, nessun inviato, alcuni non danno neanche la notizia. Alla stessa ora dell’appello di Uno Mattina ai milanesi, oggi si parla dei problemi dell’erezione maschile. Questo sì che è uno scoop! I torinesi hanno un’esercitazione? Fatti loro, ce l’hanno loro, mica noi. Meglio notizie del c...o!

 

 

 Preparati Genova...

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lunedì, ottobre 24, 2005

Ho da poco messo, tra i miei link, quello del sito di Ripulae, una vetrina culturale aperta a tutti e in cui già qualcuno ha lasciato il segno pubblicando un assaggio delle sue poesie. Qui a sinistra troverete un collegamento tra l'Iburobar e il mio spazio personale, dove si potranno leggere alcune mie poesie e degli estratti di miei racconti...in continua trasformazione. Fateci un giro, magari viene voglia anche a voi di crearvi uno spazio personale. e non dimenticate che il sito riserva molte altre sorprese.

 

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venerdì, ottobre 21, 2005

Nome Antico

 

 

Il tuo corpo nudo, disteso sotto la luna

 

Su un lenzuolo di latte…

 

Capelli sciolti che scivolano leggeri come balsamo

 

e abbracciano, fino a inglobarlo, questo mondo incolore,

 

tingendolo di castano, marrone.

 

Dolce Musa,

 

che ti concedi in posa

 

come se volessi e potessi ritrarti

 

pur sapendo che non so dipingere,

 

fare della realtà una distesa di colore,

 

un quadro impressionista:

 

a Gouguin o Renoir contendessi

 

la tavolozza del pittore,

 

il pennello a Casorati e Quadrone.

 

 Ma il più grande artista non potrebbe che deturpare,

 

incapace di riprodurlo,

 

il tuo profilo d’autore;

 

ragazza dal nome antico

 

che ricorda regni di spada e magia,

 

calici e leggende,

 

sogni di fortuna.

 

Amore mio che dormi, distesa nella luna.


 

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venerdì, ottobre 14, 2005

Sono ormai più di vent'anni che leggo narrativa fantasy, quella che in gergo viene chiamata "di genere". Ogni tanto mi capita di sentire alcuni miei amici che oltre a leggerla la scrivono anche, e mi esprimono la loro sofferenza nel cercare di pubblicarla senza che - tanto per cambiare - non venga loro detto che i loro dattiloscritti non sono adatti al nostro paese. Cos'è questo ostracismo tutto nostrano verso ciò che ha a che vedere con spade e sacerdoti, dame e cavalieri? Cosa vuol dire che l'Italia non è adatta? I critici, prima di stigmatizzare e ironizzare sulla letteratura fantastica, non dovrebbero ricordare che il nostro paese ha dato i natali all'Eneide e alla Divina Commedia, all'Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, Pinocchio, Sandokan, il Colombre? Cosa hanno fatto Dante, Ariosto, Tasso, la Scapigliatura e il Gruppo 63 se non cercare di spalancare una porta su altre dimensioni, raccontarci quanto sia bello creare mondi? Crearli, certo, ma con fatica, a dispetto di quanto non si pensi, perché ogni buona storia si fonda su un'ottima ambientazione, e un'ambientazione per essere ottima deve essere solida, coerente. Provate allora a dare coerenza a un mondo creato di punto in bianco, non è difficile vedere la barca affondare e colare a picco. La fantasia è un mare, può essere amico ma anche spietato. Ma quanta soddisfazione e quali emozioni nel vedere la storia scorrere, i personaggi crescere, la trama infittirsi. Io al liceo farei leggere Terry Brooks e David Eddings, così forse i ragazzi imparerebbero a scrivere un po' meglio e a raccontare. Non come certi libri in cui si ricerca lo stile alternativo e poi non si sa bene cosa si racconta, forse perché di trama non ce n'è, è tutta fumo e niente arrosto. Eppure questi libri vanno bene per il nostro paese, infatti la gente ha perso la voglia di leggere, probabilmente ha paura di comprare un romanzo e ritrovarsi tra le mani un elenco telefonico. Certo qualche nome nuovo finalmente si è visto, penso alla Revivo o alla giovane Licia Troisi. Purtroppo, essendo tra le poche (e i pochi) che si sono potute permettere una pubblicazione di genere con editori del calibro di Mondadori e Nord, viene da domandarsi se siano state raccomandate, ma probabilmente ci sono riuscite perché sono brave a scrivere. Quindi, sfaterei le malignità. Ma anche Teresa Regna, Valentina Rota, Federica Leva e Mariagiovanna Modoni sono brave, perché dunque i loro titoli non compaiono nei cataloghi degli editori maggiori, a cominciare da Nord, Fanucci e Armenia, specializzati nel "nostro" genere letterario? Le poche volte che ho scritto fantasy e ho cercato di pubblicarla mi sono state fatte offerte vergognose, dai 3000 ai 3900 euro in pronta consegna. Cosa devo pensare? Quando si paga il prodotto non è più un problema.

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lunedì, ottobre 10, 2005
Neanche un mese, ed ecco che mi viene un'idea per un nuovo romanzo. Qualcuno penserà che questo non può che essere un bene, ma non sa che spesso mi capita di iniziare dei libri che poi non finisco, e che restano a "prendere polvere nel cassetto" in una cartella sul computer. So che alcuni senz'altro li terminerò, ma mi stupisce come li abbia abbandonati dopo aver scritto più della metà della storia. E a un anno dal mio ultimo romanzo non sono più riuscito a scrivere la parola fine a niente. Un po' per il fattaccio del computer rotto, un po' perché ho troppe idee in testa e molta difficoltà a portarle a termine senza che si insinui un nuovo spunto per una nuova storia. Mi ripeto che senz'altro ci sarà tempo anche per riprendere quelle storie in cantiere e terminarle, è un'esperienza che ho già vissuto. Ci sono romanzi che ho scritto in due anni dopo addii e ritorni, e sono tra quelli che mi sono venuti meglio. Un po' come certe storie d'amore, che non sai mai se davvero vuoi (o puoi) metterci una pietra sopra e accantonarle. Come quei temporali (li chiamano "femminili") che si allontanano solo per girare intorno e ripresentarsi un'ora dopo ancora più forti di prima. Certe storie sono così. Spero che lo siano anche quelle che ho lasciato da parte.
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venerdì, ottobre 07, 2005

La pioggia che striscia sui vetri, che accarezza le porte

il canto dei passeri che si placa di notte,

tramonti che spuntano d’improvviso

 la mano sul viso

 a fermare il sole,

 da dietro un muro a salutarti,

quando non l’immagini.

 C’è musica nelle piccole cose,

 che sono grandi quando non te le aspetti,

 ma speri che ritornino a parlarti,

 che a volte bruciano dentro perché non le vedi,

 avvelenano la mente se non le senti.  

 Scorre l’acqua sul mio parabrezza,

 la sento cantare,

 il tergicristallo la spezza,

 nel suo languido oscillare.

 Anche questa è musica,

 se non ti piace lascia che sia io

 a non privarmene.

 Lasciami stare. Lascia che naufraghi.

 Non l’interrompere se la voglio ascoltare.

 

 foto di Saro e Luca Di Bartolo

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lunedì, ottobre 03, 2005

Sembra ieri quando il mondo è stato sconvolto dall’attentato alla metropolitana di Londra, il mitico tube raccontato in migliaia di film e libri, trasformatosi una mattina in inferno. Immagini non dissimili da altre già viste in altre città, a indicarci che il pericolo del terrorismo è sempre dietro la porta.  Sulla Stampa, naturalmente, qualcuno non ha tardato ad approfittarne per innalzare la soglia di psicosi, domandando se fosse davvero necessario realizzare la prima linea di metrò a Torino (che entrerà in funzione a fine novembre), possibile obiettivo privilegiato in questa guerra di sangue e nervi, soprattutto a ridosso dei Giochi.  E già, perché nel “terrorismo all’italiana”, tanto contestato dal self control anglosassone, non solo bisogna parlare ma anche mostrare, creare delle aspettative di terrore, spettacolarizzare. Il sette luglio sembrava quasi che l’attentato l’avessero fatto in Italia, perché mentre i tg italiani si affaccendavano a scavare sui volti dei londinesi per cercare il dolore e strappare stralci di paura, i suddetti si limitavano a combattere una lotta interiore piena di dignità, senza mostrare altro che la propria determinazione ad andare avanti, a non piegarsi al nemico.  

 

 Cosa abbiamo imparato?

  A giudicare da ciò che ho visto stamattina, niente. Quando due settimane fa c’è stata la prima esercitazione antiterrorismo a Milano, se n'è parlato, ci sono stati i servizi di circostanza sui telegiornali, ma tutto è passato senza creare scompigli, senza mostrare nulla di più di quanto non occorresse.  Oggi è diverso. L’esercitazione è a Roma. Si collega il Tg1 e l’inviata al Colosseo strappa la parola al conduttore per avere la diretta. “È appena cominciata la prima esercitazione, lo vedete il manichino? Adesso dovrebbero intervenire gli artificieri e la polizia”.  Eccolo qui il nostro self-control. La spettacolarizzazione della notizia, per quanto potenzialmente drammatica, solo per fare ascolti.  Cosa sarebbe successo se l’attentato fosse stato vero? Abbiamo un’altra buona ragione per sperare che non capiti mai.

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sabato, ottobre 01, 2005

Alcuni giorni fa è stato inaugurato quello che probabilmente diverrà - bello o brutto che possa sembrare - il simbolo delle Olimpiadi di Torino 2006. Un po' come lo Stadio Olimpico di Atene o il trampolino del salto di Oslo, che hanno finito col diventare veri monumenti delle rispettive città. Certo l'idea di avere la propria città inserita nel prestigioso elenco olimpico - checché ne dicano i catastrofisti dall'equazione facile "olimpiadi=danni" - fa un certo effetto, ma posso assicurarvi che tra un improperio e l'altro in una città groviera di cantieri, un po' di curiosità per le nuove realizzazioni urbane viene. Le nuove architetture sono simbolo e "sintomo" della vita che prosegue, della voglia di non fermarsi e di trovare nuove soluzioni, spesso non solo estetiche, di fronte a un insaziante bisogno di trasformazione. Se ciò non avviene, se non si scende a compromessi con il cambiamento, si muore.

 L'arco rosso del Lingotto, di cui sotto avete un'immagine, è una delle strutture più alte di Torino, con i suoi 69 metri. Fino a qualche anno fa sarebbe stato una novità, la mia città non sembrava avvezza al verticalismo esasperato, ma sembra che da un paio d'anni l'altitudine media della città sia decisamente aumentata.

L'Arco (© La Presse)

L'arco sovrasterà una passerella di mezzo chilometro realizzata per scavalcare la ferrovia e collegare il Lingotto Fiere al Villaggio Olimpico e ai cittadini, visto che alla fine dei giochi esso diventerà un nuovo insediamento edile. L'arco sarà una tensostruttura retta da cavi di 110 metri disposti come i raggi di una ruota di bicicletta.

 Alla prossima, dunque. Fino a febbraio (e al 2011) se ne vedranno delle belle (o delle brutte).

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