Questi sono stati quattro giorni importanti per le Olimpiadi del 2006, quelle che se non ne parlassi io qualche volta probabilmente molti di voi non saprebbero neanche che esistono. Prima di tutto c’è stata l’accensione della Fiamma Olimpica a Olimpia, snobbata come al solito dalla televisione pubblica, un rito simbolico che ha acceso la passione e le polemiche, giuste, rivolte alla completa indifferenza del governo, del CONI e della RAI, appunto. Anche se i comuni mortali come me non se ne sono accorti, le televisioni di mezzo mondo non perdono occasione di parlare di questo evento sportivo che molti vorrebbero ospitare ma che, per sfortuna, è toccato all’Italia. Sfortuna sì, perché non solo la crisi in cui versa lo sport italiano – come ogni altro settore culturale – si riflette immancabilmente nelle discipline invernali, incapaci di sfornare veri fenomeni e pochi talenti, ma anche perché questo evento è stato l’ennesima occasione per mostrare al mondo il nostro paese diviso, dove si parla di un federalismo che c’è sempre stato e che continua a puzzare di voglia di secessione. Esternazioni tipo “torinesi provinciali” o “per fortuna l’intervento di Roma” o, ancora, “domani saremo a Torino per marcare il territorio”, tutte sfornate dalla bocca di Pescante come capolavori di arroganza e campanilismo impertinente, non hanno fatto che mettere in evidenza quanto poco ci sentiamo vicini, quanto la fiamma delle Olimpiadi non scaldi affatto l’Italia intera, perché agli italiani, regione per regione, non gliene frega niente di quello che non capita a casa propria. Inutili, quindi, sono sembrati gli inviti a parlarne di più, perché – come ha risposto















