martedì, maggio 30, 2006

Non fraintendete, questo non è un blog dedicato al sindaco di Torino, eletto per la seconda volta, anche perché a me non piace fare politica sul mio blog, ma bisogna anche un po' finirla di arrampicarsi sugli specchi. Mi rivolgo a chi, pure di fronte a una sconfitta così cocente, pensa di rappresentare i propri elettori delusi inventando balle, come quella con cui certi uomini di destra ieri a Porta a Porta, di fronte a un Bruno Vespa sconcertato, a tratti incredulo, e ai direttori di tre importanti quotidiani, tra cui uno schierato con la loro parte politica, alquanto infastiditi, si sono definiti vincitori per le briciole che la sinistra ha lasciato loro. Buttiglione è stato molto chiaro: è stato chiamato lui a Torino perché i politici del suo schieramento non riuscivano a mettersi d'accordo su chi mandare. "Vado io, no manda lui, no quello è meglio, ma che stai dicendo sono meglio io, non vai tu che a me viene da ridere...", ma ve lo immaginate? Poi si prende una batosta come questa, mai vista prima, ed è ancora colpa sua? Ma finitela! Certo che se qualcuno si aspettava che potesse vincere uno che non era neanche torinese, mandato allo sbaraglio un mese prima delle elezioni, con chi doveva sostenerlo perso nei suoi litigi, allora questo qualcuno non ha il senso della realtà, vive tra le nuvole insomma. E che dire di Roma, che a me Veltroni sta proprio antipatico, non lo posso vedere, eppure è riuscito a vincere in "pigiama", con un piede in clinica, davanti a un rappresentante di destra di tutto rispetto. Sarò pure di sinistra, ma se fossi di destra avrei ben di che lamentarmi, perché un conto è essere a favore di un certo modo di pensare e ragionare, un conto è sostenere qualcuno solo perché sostiene di pensarla e ragionare come me, ma poi nei fatti non pensa e non ragiona proprio. Arrivare a dire che le sfide più importanti erano la Sicilia e Milano, solo perché lì ha vinto la destra, con una maggioranza ridotta nel primo caso e risicatissima nel secondo, e dirsi ancora soddisfatto, be', di coraggio ce ne vuole...

Sergio Chiamparino

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mercoledì, maggio 24, 2006

Basta con questo polverone sul Calcio, e qualcuno che ancora dice che nessuno immaginava tanto. Se uno sport non è più uno sport, di cosa vogliamo stupirci? Abbiamo il campionato di Pallavolo più prestigioso del mondo, primeggiamo (o abbiamo primeggiato) nel Motociclismo e nella Formula 1, siamo una delle nazioni più forti nella Scherma, nella Pallanuoto, nel Ciclismo, nello Short Treck e in una marea di altri sport invernali e estivi, eppure per noi l'unico sport nazionale resta il Calcio. Bello, per carità...ma prima di dire "lo sport più bello del mondo" bisognerebbe chiedere cosa ne pensa davvero la gente. Se si parlasse ogni tanto anche di altre discipline, forse si potrebbe cominciare a ragionare. Che dire del Tennis ridotto a un affare per i club privati, o della fame che fanno molti medagliati olimpici, che se non fossero in qualche corpo armato non potrebbero neanche allenarsi? Allora smettiamola di parlare di mafiosi del pallone, di imbecilli strapagati per mettere una sfera in una rete e gettano nel gabinetto un miliardo in scommesse...e noi ce lo portiamo pure al mondiale... ,di ricatti del tipo che sospendere il Calcio per un anno significherebbe incoraggiare i teppisti a devastare la città non potendo più sfogarsi negli stadi! Forse i genitori idioti la smetterebbero di iscrivere i figli in qualche squadra e li manderebbero a fare qualcosa di più utile per la loro intelligenza, per esempio a imparare a giocare a scacchi, che qualcuno parla di insegnarlo anche a scuola. A Torino ci sono le Olimpiadi degli Scacchi, 140 paesi e migliaia di campioni, scacchiere giganti in Piazza San Carlo dove imparare a fare scacco matto tra un tè verde di Casa Arabia e un caffè di Casa Europa, manifestazioni collegate fino a giugno, seminari, sfide, dimostrazioni, e mai che la tv ne parli, mai che ci dedichi dieci secondi di servizio. No, percarità! A chi può interessare? Quando qualcuno si è lamentato perché la Rai non aveva trasmesso le Paraolimpiadi la risposta di Viale Mazzini è stata che se non fossero state in Italia nessuno le avrebbe filate. Bravi, un vero esempio di RAI Educational. E noi che stiamo ancora a parlare di triadi e intercettazioni, cose che non ci sarebbero se la gente si scegliesse passatempi più furbi e costruttivi, ogni tanto.

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sabato, maggio 20, 2006

Stasera mi sono visto con degli amici degli anni passati per festeggiare l'addio al celibato del caro vecchio (si fa per dire) "Johnny" Andrea Gotico. Piacevole serata dove dopo i soliti convenevoli sulla mia macchina nuova (la mia Panda ha già un anno e mezzo di vita), i miei 18 chili persi, ecc., abbiamo avuto modo di spassarcela senza grandi paturnie, almeno fino al momento di pagare il conto, 36 euro netti per una cena al messicano di Corso Casale (chi è di Torino sa perfettamente a chi mi riferisco). A parte il fatto che il suddetto messicano non mi vedrà più, la nota dolente è stata parlare del lavoro, cosa che mi sarebbe riuscita meglio tre settimane fa, alla cena al giapponese (24 euro, badate), quando ero ancora convinto di poter lavorare a tempo pieno almeno fino a settembre. Invece con domani chiudo alla Ruffini, il pomeriggio mi riuscirà - spero - di fare qualche sostituzione, ma il paragone con persone che hanno messo su famiglia o stanno per farlo o, nella peggiore delle ipotesi, stanno comprando casa adesso diventa più complicato. E per quanto io ci abbia provato, non ce l'ho proprio fatta a non rispondere che da luglio sono un bibliotecario, ma che da lunedì lo sarò praticamente solo mezza giornata, almeno fino a quando le cose non si stabilizzeranno di nuovo, chissà quando. Non lo nego, confido di poter lavorare ancora molto in Ruffini almeno per l'anzianità e l'esperienza che ho maturato sul campo, sette mesi sei giorni alla settimana dovrebbero pur significare qualcosa. E se non bastassero c'è la confidenza con i miei colleghi che altre persone non possono giurare di avere, perché non hanno avuto il tempo per crearla. Di quest'esperienza lavorativa mi è rimasto molto, se no non avrei avuto ragione di accennarne più di una volta nel mio blog. Spero che emerga a dovere nelle mie esperienze future. Non è esagerato dire che certi lavoratori vagabondano nel mondo del lavoro, sono come apolidi senza patria che anelano a trovare un posto dove fermarsi. Dovrebbero pensarci più spesso coloro che sono bravi solo a snocciolare frasi fatte, tipo che se si vuole lavorare oggi bisogna sentirsi pronti a fare tutto, frasi con cui pensano di mettersi al sicuro da ogni critica. Se questo in parte è vero, visto i tempi che corrono, vale anche il discorso che nel lavoro che svolgiamo dobbiamo aver modo di riconoscerci e che se ognuno di noi ha diritto a cercare una condizione lavorativa migliore, qualcuno dovrà sentirsi in dovere di assicurarcela. Sono certo che ciascuno a suo modo pensa lo stesso. Chiaramente ringrazio quanti, anche in questi giorni, si stanno adoperando per aiutarmi a credere che il mio non sia solo un enfio idealismo, ma un ideale in cui vale la pena credere o, almeno, sperare.  

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martedì, maggio 16, 2006
Domenica è stata una giornata positiva. 5 copie di Italoamericana vendute, 1 di Aigam (antologia del fantastico curata da me nel 2002) al sindaco...che penso non leggerà...e in anteprima la copertina di Aurora d'Inverno, che sto correggendo in questi giorni. Divertenti alcuni aneddoti, tipo i vari "distratti" che sono passati davanti al tavolo della presentazione mentre qualcuno degli autori parlava, in particolare un tizio con un paninazzo grondante di frittata in mano e un'aria più che confusa. Molta affluenza, poco tempo per parlare perché c'era la classica band stile Festa dell'Unità che aspettava il nostro microfono per cominciare a cantare. Pezzo clou del concerto, Piemontesina bella, la band era lucana. Pranzo a base di Panelle e caldo asfissiante, sembrava già estate. Molto meglio della domenica prima, anche se sono riuscito a parlare ben 45 secondi, penso la presentazione più corta della storia, di certo la più corta della mia carriera. Segno che per farsi ascoltare non c'è bisogno di sprecare troppe parole.
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sabato, maggio 13, 2006
E' di oggi la notizia sulla Stampa che a Torino sta per chiudere la Lattes, un'altra libreria storica con sede in Via Garibaldi, a due passi da Piazza Castello. Dopo la morte annunciata dei librai (e a questo proposito la Fiera è ancora complice dell'eccidio, con l'assurda scelta di far pagare l'ingresso anche a loro) un altro nome si è aggiunto alle vittime di questo fenomeno irreversibile di istituzionalizzazione della cultura che ha colpito per prima i cinema storici con l'apertura delle multisale, e adesso abbatte le librerie. Responsabili? Le librerie Feltrinelli & Co., veri centri di potere che si propagano come la peste e soffocano ciò che le circonda, alimentati da schiere di lavoratori precari che hanno avuto il coraggio, l'ultima volta, di scioperare per l'esasperazione contrattuale in cui versano. Se fino a pochi anni fa a Torino ce n'era una in centro, ora ce ne sono ben quattro, di cui una al Lingotto, a fare compagnia a una carrellata di multinazionali che qui ha messo le radici, e non parlo della FIAT. Uno scandalo muto, insomma, di cui nessuno parla e nessuno ha interesse a parlare. Dopo la libreria Druetto, quasi un secolo di storia, un'altra insigne insegna cederà il passo prima dell'estate, a impoverire il centro e l'intera città in nome dei futili interessi dei pochi mercanti che ancora riescono ad arricchirsi coi libri, con la complicità dei loro procacciatori locali.

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mercoledì, maggio 10, 2006

La mia cara amica Ana Paula - argentina trapiantata a Bussoleno - mi ha consegnato alcuni giorni fa le illustrazioni per il mio nuovo romanzo, che come già anticipato sarà un fantasy dal titolo Aurora d'Inverno. Non vedo l'ora di vederlo finito e stampato, anche perché è un libro in cui ho potuto lavorare davvero molto di fantasia. E spero soprattutto che a chiedermelo non siano solo gli appassionati del genere, perché se un libro merita dovrebbero provare a leggerlo tutti. Poi magari il mio non merita, ma se uno non prova neanche ad aprirlo... Questi sono giorni mesti, a parte la spasmodica attesa per l'imminente nascituro, perché tra poco più di una settimana lascerò forse per sempre un posto di lavoro in cui a conti fatti mi sono trovato davvero bene. Mi mancheranno le mie colleghe e i miei colleghi, Super Manu, Lilliput, Ringhio, Cri Cri e Joseph - in questi soprannomi c'è tutto il mio affetto per loro - Susanna, e Gaetana, che non potrò più stuzzicare. E vi assicuro che anche poter dormire il sabato fino a tardi non sarà facile da mandare giù. Ma chissà, magari poi resto, mai dire mai. A rendere il tutto più malinconico c'è questa pioggia malefica, che non accenna a diminuire, che ha riportato le temperature all'autunno inoltrato, per non parlare della letargia cronica che snobba i caffè che ho mandato giù a profusione in questi giorni.

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giovedì, maggio 04, 2006

In attesa delle presentazioni - confermata in extremis anche quella del 14 - e del nuovo libro, che uscirà prima o poi, non disperate, assisto disgustato all'ennesima vergogna firmata Fiera del Libro. Da quest'anno, infatti, aumentano gli sconti, nel senso che i professionali (scrittori, insegnanti, bibliotecari, librai, ecc.) pagano il biglietto ridotto; l'anno scorso non lo pagavano proprio. Riconoscendomi in due delle succitate categorie, indignarmi mi pare il minimo. Tenendo conto che si prospettano tempi di magra per il lavoro e che da giugno avrò meno soldi, a meno che Sant'Antonio non mi faccia la grazia, comincio a fare economia da subito, che Dio dispone se l'uomo propone. Per cui alla Fiera non ci vado neanche se mi invita Saramago (ESAGERATO!), che a lui gratis lo fanno entrare. Bel modo di inaugurare l'anno di Torino capitale mondiale del libro. Capisco gli editori, che a forza di dissanguare gli scrittori i soldi ce li hanno, ma gli autori proprio no! E almeno abbassassero il prezzo dei libri, scontassero quelli invece di scontare i biglietti che dovrebbero regalare.

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