Oggi ho avuto l’ennesima dimostrazione – nel caso ce ne fosse bisogno – del rigido e ottuso sistema formativo italiano, che non tiene conto della preparazione e del curriculum di che ne fa uso, solo dei suoi soldi.
Dopo lungo rinviare ho deciso di andare a chiedere di poter convertire le mie pubblicazioni nei 5 crediti formativi del laboratorio di scrittura che si è obbligati a frequentare se ci si vuole laureare in Lettere Moderne a Torino (e penso in Italia). Pensate, cinque crediti cagati per un complessivo di sei libri, meno di un rapporto uno a uno. Ero certo che me li avrebbero dati senza trovare cavilli di alcuna sorta, anzi, a voler essere sincero per me andare là era una quasi formalità, ero sicuro di intascare e pensare unicamente ai due esami che mi restano e alla tesi. E invece i cavilli c’erano. Perché, udite udite, SE TU NON HAI GIÀ UNA LAUREA O NON SEI ISCRITTO ALL’ALBO DEI GIORNALISTI, IL LABORATORIO LO DEVI FARE!!! Non conta una mazza se ad oggi non esiste un albo ufficiale degli autori o se molti non si iscrivono, non conta una mazza se tu hai contratti editoriali con numerosi editori (nel mio caso quattro), la “beneamata” università con quelli al limite ci si pulisce il deretano, a meno che tu non sia un giornalista, perché sono gli unici che spesso intascano qualcosa dal loro lavoro. Cioè tu devi saper dimostrare di essere uno scrittore che ha un’attività continuativa, se no devi fare il laboratorio, se no è come se non sapessi scrivere. Mi è stato anche spiegato che in questa maniera la “beneamata” di cui sopra vuole essere sicura che tutti i laureati in Lettere abbiamo la stessa formazione di base, che consta di un laboratorio di scrittura e di uno di informatica. Si sa, se non sai leggere e scrivere sei analfabeta, se non sai niente di computer sei semianalfabeta. Per cui bisogna istruirsi, se no poi come fanno le aziende a prenderti in considerazione? Non basta che uno ha fatto 13 anni di scuola, se tu non fai questo fottutissimo laboratorio di scrittura non puoi dire di essere degno di laurearti. Per non parlare del corso di informatica, difatti, con me presente, la docente con cui ho parlato per farsi disattivare un popup ha chiamato un tecnico dei computer. A lei il corso di informatica non serve, no, lei con i computer ci va a nozze. Così, a gennaio dovrò fare la prova di ammissione (che a Lettere non è prevista per nessun altro esame se non per quelli in cui ci sono le prove scritte) e a giugno l’esame, sei mesi buttati alle ortiche per cinque crediti, meno di un rapporto uno a uno, ma forse l’avevo già detto. Stessa cosa per il corso di informatica si presume. Così, se io mi fossi trovato a poter finire la tesi per febbraio, avrei comunque dovuto aspettare fino a giugno, o forse al 2008 per laurearmi, pagando altri 920 euro, cioè il costo di un anno di università per uno studente iscritto a part-time. La “beneamata”, se può, ci prosciuga fino all’ultimo. Non è forse vero che questo è l’unico paese dove per il deposito della tesi devi pagare? E noi stiamo a domandarci come mai l’Italia è all’penultimo posto in Europa per numero di laureati pur essendo uno dei paesi in cui l’Università si paga di più, e ci chiediamo perché i cervelli emigrino all’estero invece che lavorare in madrepatria per il benessere e la crescita della nazione. Mi sembra che almeno per rispondere a questo quesito non sia necessario avere una laurea.