Non doveva essere diversa Berlino Est da quella fotografata ad arte nel film che ho visto ieri sera, Le vite degli altri, un film forte e intenso che consiglio proprio come altri l'hanno consigliato a me. Uno di quei film che chiaramente si va a vedere in due o tre al massimo perché ne inviti venti per ottenere risposta da quei pochi che sanno guardare al di là dei soliti polpettoni americani. E dato che l'Unione Europea sta cercando di promuovere il suo cinema, magari calarsi in qualche bella storia del caro Vecchio Continente, di cui tutti facciamo parte, ogni tanto fa bene. Chi come me è stato a Berlino Est sa che il divario con la parte ovest della città è evidente ancora oggi, con palazzoni che, anonimi come solo l'architettura socialista sa essere, ricordano le periferie di un po' tutte le metropoli dell'Europa Orientale. Ed è in uno scenario di questo tipo, asettico, deprimente, che è ambientato il film di ieri, con personaggi che sembrano usciti dalla guerra fredda e case spoglie fatte per essere spiate dall'interno, come la Stasi faceva con tutti i personaggi scomodi al regime. Il film ha una splendida fotografia, una solida sceneggiatura e un'ottima prova d'attore da parte di tutti i protagonisti, a cominciare da quel Ulrich Mühe che solo due giorni fa, all'età di 54 anni, c'ha lasciato per un tumore allo stomaco. E considerando il finale del film, mi è sembrato un gran bel modo di salutarlo per l'ultima volta, ammesso che la cosa fosse voluta. Cosa mi ha lasciato questo film: non solo la voglia di bere, come qualcuno ha ironizzato, che a forza di veder servire vodka dappertutto un po' viene. Questo film lascia un senso di fiducia nella bontà degli uomini, che non è esiliata da qualche parte del mondo, c'è e a volte emerge anche. La voglia di scrivere, perché uno dei protagonisti è un drammaturgo affermato che sa quanto può essere tagliente una penna. La paura di essere traditi proprio da chi più ci ama e quanto questa paura possa risultare estremamente reale. E poi, cosa più forte di tutte, in questo film emerge in maniera chiara e condivisibile il bisogno di spiare gli altri, di entrare nelle loro vite, di dissetarsi alla fonte delle loro esistenze, di conformarsi alle loro certezze per farle un po' proprie. L'occhio indiscreto non l'ha inventato nessun servizio segreto a caccia di nemici del sistema, è quanto di più umano ci possa essere, fa parte della nostra natura, è il più antico e autentico passatempo del mondo, che a volte si traduce in arte, cinema, scrittura. Noi siamo nella misura in cui osserviamo, perché "spiando" si impara.
