martedì, giugno 24, 2008

Tutte le volte che capita di essere liquidati con frasi del genere ci si sente orfani. È un po’ come quando tu metti un banchetto per strada e esponi dei lavori che hai fatto con cura. Certo all’inizio pensi subito che qualcuno li noterà, li troverà belli e vorrà acquistarne almeno uno, poi tirate le somme scopri che quasi tutti quelli che ci sono passati davanti non erano interessati a comprare, non si sono chiesti quante ore di fatica ti sono costati e qual è il loro effettivo valore. Tu sei un artigiano ma agli occhi dei passanti sei soprattutto un venditore e, di conseguenza, uno che vuole spillare soldi, che li vuole ingannare.

 Siamo artigiani anche in amore, e bisogna essere davvero bravi per riuscire a non apparire dei semplici mentecatti. Quello che realmente passa nel tuo cuore e nella tua testa non sempre viene apprezzato, non si pensa alla fatica che costa amare, mettersi in gioco, mostrarsi per ciò che si è. Molto spesso si fanno cose che in un’altra occasione non si oserebbe fare, ma questa è cosa risaputa, ne parlano poesie e canzoni da centinaia di anni. Bisogna essere degli artisti, perché l’amore è arte, passione, creatività. Va rinnovato, va inventato giorno per giorno, è bello pensare a un nuovo modo per rendere felice una persona, per rivelarle i tuoi sentimenti come se fosse la prima volta. L’amore è fatto di gesti, ogni piccolo gesto può essere un grande capolavoro.

 Ma tutto può interrompersi improvvisamente, come quando si stacca la spina o un fulmine provoca un abbassamento di tensione. Ti guardi indietro, niente torna mai come prima e ti accorgi che se l’amore è amore, è reale, è condiviso non ha bisogno di tanti sforzi per essere compreso. Se no vuol dire che non c’è mai stato.

She si sposerà un giorno, con quel ragazzo che ho visto al bar vicino alla Sinagoga. Lo farà perché lo ama e lui non ha dovuto mettere su grandi scenografie per conquistarla, l’ha fatto presentandosi così com’è. L’ho fatto anch’io, ma poi ho vissuto per mesi di illusioni e alla fine pur di averla ho costruito una suite, quando sarebbe stata sufficiente la mia piccola camera piena di libri a convincerla, fosse stato vero amore

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categoria:i miei libri, tra me e me, assaggi letterari
venerdì, giugno 13, 2008

Di questi tempi in Reggia c'è poco da lavorare e mi sono portato avanti su altri fronti. Infatti, dovendo comunque presentarmi, come tutte le mattine, in ufficio alle 9,00 e non potendo portarmi da leggere un libro da casa, non sarebbe professionale, ho pensato di portarmi da leggere qualcosa di mio. Ne ho approfittato per rileggere un'ultima volta Le note di Nancy che, presumibilmente, andrà in stampa a luglio, e correggere Kyoko mon amour, la cui pubblicazione è auspicabile per dopo l'estate. Poi ci sarebbe la 3a edizione de L'identità segreta, su cui però avevo già lavorato molto in passato e non ho avuto bisogno di tornare troppo. Ma, soprattutto, ne ho approfittato per rileggere Millegiorni. Ora, qualcuno - chi mi segue da un po' di anni - saprà che questo romanzo è forse quello a cui tengo di più tra quelli che fin'ora ho scritto. La storia non solo l'ho scritta, per certi versi l'ho vissuta: quando ho cercato di fondare davvero un circolo di artisti emergenti - per ora senza successo -, cercando lavoro, scrivendo un libro ma faticando nel farlo. Ancora oggi sento che questa storia mi tocca da vicino e in parte la vivo. Forse perché, come il protagonista del libro, Rocco, sto cercando casa e sto provando a fare di nuovo il mio lavoro, dopo quasi 9 mesi che sono piantonato in questo posto. C'è poi l'amore bello quanto difficile, che se vogliamo è sempre in agguato dietro l'angolo, quello di Rocco per Mika, che è senz'altro uno dei personaggi a cui tengo di più. E adesso che lo sto rileggendo, mi accorgo che in questo romanzo sono riuscito a infondere passione, equilibrio, leggerezza e profondità. E ogni volta che lo leggo mi sembra di parlare di persone reali, forse perché, intimamemente, penso che fondare il Rifugio degli Artisti sia un po' la mia missione, o quanto meno farne parte, e ogni tanto trovo qualcuno a cui parlarne, qualcuno che mi sembra adatto a questo progetto. Questo libro è in lettura presso una casa editrice di Torino e aspetto a giorni un parere. Se mi dirà di sì, questo mio sogno mi sembrerà un po' più vicino e possibile. Vi farò sapere.

Un assaggio estratto dal capitolo 17:

Andai nella saletta break, misi 35 centesimi e schiacciai sul pulsante del cappuccino con cioccolato. Avevo bisogno di una carica.

 Mika mi arrivò alle spalle. Non mi accorsi di lei se non quando alzai la testa e per la sorpresa feci versare un po’ di cappuccino. Appoggiai il bicchiere sul davanzale e presi un fazzoletto per pulirmi.

 “Ti ho spaventato?”

 La sua voce. Da quanto tempo, pensai.

 “No. È solo che non ti aspettavo…”

 “Be’, ci sono anch’io oggi”.

 Lo disse come se non me ne fossi accorto.

 “Ci sono tutti i giorni”, aggiunse.

 La guardai stupito negli occhi. La sua espressione era di accusa. Per cosa? Cosa pensava, che ce l’avessi con lei?

 “Vuoi un caffè?”

 “No, grazie”.

 “Dai, ti sarai alzata presto”, insistetti e prima che lei potesse rifiutare ancora misi i soldi e schiacciai sul pulsante.

 Glielo passai e lei lo prese scrollando le spalle. Non aveva cambiato espressione.

 Osservai meglio com’era vestita. Aveva una lunga gonna di cotone con tanti fiorellini e, sopra una camicetta di raso bianca, un golf tinta giallo. Era incantevole, i capelli folti erano un po’ più lunghi del solito e le incorniciavano il viso come un velo, ricadendole ad appoggiarsi sulle spalle. Sorseggiò il caffè con discrezione, come sempre, per guastarlo meglio.

 

“A Oslo, nei gelidi inverni, passavo il tempo a guardare la città oltre la finestra con una tazza di caffè fumante tra le mani. Mi rilassava molto”.

 “Be’, puoi sempre accontentarti dei freddi inverni di Torino e del caffè all’italiana”.

 “Ci penserò quando sarà. L’inverno è molto lontano”

 

No, Mika. L’inverno è sempre a portata di mano. Basta sentirlo.

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categoria:i miei libri, assaggi letterari, universolibri
lunedì, dicembre 24, 2007

Quella ragazza poteva avere vent’anni, era molto più giovane di lui, ma Ruffo giurò di non aver mai visto qualcosa di altrettanto bello in tutta la sua vita.

 Di riflesso gli tornò in mente Rebecca, ma persino la sua bellezza impallidiva al confronto. E poi perché pensare a Rebecca? L’aveva già fatto troppo.

 La ragazza lo guardò incuriosita, ma non disse niente.

 Leonardo prese un fazzoletto dalla tasca dai pantaloni e glielo porse. Lei si fece un po’ sospettosa, ma lo accettò e cominciò a pulirsi il viso.

 “Se vuoi che qualcuno ti aiuti dovresti uscire da qui e andare dove c’è un po’ più di luce”, le consigliò.

 Proprio in quel momento l’accendino si spense. Poi, con una scintilla tornò la fiammella. La ragazza non si era ancora stancata di lui.

 La prese delicatamente per un braccio e l’aiutò a rimettersi in piedi. Lei si lasciò condurre fuori da quel viottolo buio. Zoppicava, ma sapeva che poteva appoggiarsi alla sua spalla. Quando furono sotto il lampione che dava sulla strada principale tirò un sospiro di sollievo.

 Ruffo poté guardarla meglio. Era ancora più bella, un angelo triste in giubbotto di jeans, minigonna e reggicalze strappati.

 “Come ti chiami?”, le chiese.

 Lei rifletté un po’ prima di rispondere.

 “Alice”, disse poi, rivelando una voce più adulta di quanto lui immaginasse.

 “È il tuo vero nome?”, volle sincerarsi.

 “È il nome con cui mi hanno sempre chiamata”, rispose lei, un po’ indispettita.

Tratto da Tenebra di Luce

...quando ho scritto questo romanzo, alcuni anni fa, non avrei immaginato che mio fratello avrebbe deciso di chiamare così mia nipote. Non vedo l'ora che sia marzo...

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categoria:dediche, i miei libri, assaggi letterari
martedì, novembre 20, 2007

SABATO 24 novembre

 ORE 21

Cascina Roccafranca

Via Rubino 45 - Torino

I maltrattanti

 

Interpreti:

FRANCO Tozzi, ROBERTO Illario, ROBERTO Poggi,

IVANO Avella, ANDREA Ricci, FRANCO Muzzarelli ,PAOLO Nalli

 

Da un racconto di Alessandro Del Gaudio

-:-

Ecco finalmente andare in scena la piece teatrale ispirata a un mio racconto a cui mi ero dedicato a luglio. Questo è il primo appuntamento. L'argomento è, tra gli altri, la violenza sulle donne e l'incomunicabilità tra i sessi.

Ecco l'incipit del racconto:

Si incontrarono anche quella sera come tutte le settimane, in sette, come sempre.

 I primi ad arrivare furono Ivano e Aldo, che per prima cosa presero possesso del biliardo e si misero a fare qualche tiro. Il tavolo era vicino alla finestra, la strada illuminata flebilmente dai lampioni era ben visibile. A metà partita due uomini apparvero oltre i cespugli, riconobbero subito Andrea e Franco che arrivavano insieme, il primo, esagitato come sempre, che stava esponendo qualche sua questione a Franco, il quale ascoltava in silenzio con le mani nelle tasche; non sembrava mai prendere posizione, solo ascoltare quella degli altri, come se non gli importasse granché. Stavano ancora parlando quando entrarono nel circolo.

 “Ma come si chiamava?”, faceva Andrea paonazzo.

 “Non è il caso che ti sforzi”, rispose Franco. “Che importanza può avere il nome, è il fatto che conta”.

 “Quale fatto?”, volle sapere Aldo, mettendo la numero 4 in buca di fronte a un allibito Ivano.

 “Non l’avete sentito? Nel parco qui vicino una donna è stata stuprata, la scorsa notte”.

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categoria:proposte, dibattiti, assaggi letterari, altre cose che faccio
sabato, ottobre 20, 2007

Se andate qui potrete leggere il primo capitolo del mio nuovo romanzo, che a dio piacendo vedrà un giorno le stampe. Una storia piena di magia e amore. Ditemi cosa ne pensate, mi raccomando. Un piccolo sforzo, non richiede più di cinque minuti...

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categoria:assaggi letterari
sabato, febbraio 10, 2007

I fulmini che attraversarono il cielo sopra il palazzo furono almeno cinque, caduti i quali la tempesta lentamente si dileguò verso sud. L'aria s'era fatta fresca, il vento soffiava ancora forte scuotendo le fronde, il sonno non voleva proprio arrivare. Ma forse col sopraggiungere del silenzio finalmente avrebbe rapito Sasha. Un fatto imprevisto, invece, si intromise tra lei e il riposo, un fatto alquanto strano e misterioso. Un tamburo parve rullare nelle vicinanze. A giudicare dalle percussioni profonde, Sasha pensò che il rullio doveva provenire da fuori. Dapprima pensò di alzarsi per andare alla finestra a controllare, ma restò impietrita nel letto quando un secondo rullio provenne da molto più vicino...da dentro la camera. Sicuramente i suoi genitori si sarebbero svegliati e l'avrebbero rimproverata per tutta quella cagnara, ma le che ne poteva? Da dove provenivano quei suoni? Chi ne era l'artefice? Accese la luce del lumetto sul comodino e, con enorme meraviglia, scoprì che tutti i suoi babaccetti si stavano muovendo e le stavano facendo una gran festa. Chiunque si sarebbe spaventato a morte di fronte a quella scena, ma lei ne parve divertita. Del resto a cosa serve essere bambini se non si hanno occhi grandi per ammirare le piccole cose stravaganti che popolano il mondo?

Brano tratto dall'antologia di racconti "Luna all'alba"

Proposte Editoriali, 2004

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categoria:assaggi letterari
mercoledì, aprile 28, 2004

Ecco un brano tratto dal mio romanzo inedito (sob!) Tenebra di Luce. Potrete leggere una descrizione essenziale del locale che ha dato il nome a questo blog. Piccola curiosità: Ruffo è il soprannome di Leonardo, il protagonista.

C’era un locale dall’aspetto cadente, una casa in stile vittoriano interamente costruita in legno con le finestre aperte, attraverso cui Ruffo poté vedere un moderato movimento di persone e un caleidoscopio di luci soffuse. La musica proveniva da là. Su un’insegna di legno, attaccata solo più per un chiodo, che penzolava mossa dal vento e cigolava in modo sinistro, era inciso il nome del locale: La Volpe Dorata.

Entrò. I tavolini erano di forma circolare e sostenuti da volpi antropomorfe. Tutti gli avventori erano seduti al bancone, a parte uno. Si trattava di un uomo di bell’aspetto, perso nei propri pensieri. Stava scribacchiando su un taccuino, di fronte a un bicchiere pieno a metà di birra. Ruffo aveva l’impressione di averlo già visto da qualche parte. Andò a sedersi di fronte a lui. Quello non si accorse subito della sua presenza, difatti quando lo vide trasalì dallo spavento.

“Ehi, ti sembra il modo di arrivare?”

Leonardo sgranò gli occhi interdetto.

“Mi hai spaventato”, aggiunse.

“Scusa, non era mia intenzione”.

L’uomo indossava una camicia di cotone, sbottonata, che non riusciva a nascondere il petto villoso. Avvicinò il viso un po’ di più al suo per guardarlo meglio.

“Ci conosciamo, amico?”

“Non so. È possibile. Magari ci siamo incontrati a una festa”.

“Sì, non hai un volto nuovo. Qual è il tuo nome?”

“Leonardo”.

“Leonardo…”, ripeté il tizio, e continuò a rigirarsi quel nome sulla lingua per un po’.

“Scusa, ma dal momento che io mi sono presentato, dovresti farlo anche tu”, protestò Leonardo.

“Certo, hai ragione. Io mi chiamo Pino Porticelli”, rispose l’altro stringendogli la mano.

Ruffo non perse mai di vista il suo taccuino. Pino lo notò e, senza esitazione, gli mostrò quello che stava facendo.

Leonardo vide che stava disegnando una donna, vestita di abiti regali, con dei bellissimi occhi di cerbiatto.

Ad un tratto fu colto da vertigini. Conosceva anche quel disegno. Tornò a guardare Pino come se lui dovesse dargli delle spiegazioni e vide che sorrideva e gli strizzava l’occhio. Poi la sua espressione mutò in terrore, qualcosa o qualcuno alle spalle di Ruffo aveva attirato la sua attenzione.

Leonardo si girò e vide che al loro tavolo si stava avvicinando un poliziotto. Senza tante cerimonie sollevò di peso Pino dalla sua sedia e lo trascinò fuori dal locale. E Ruffo rimase con la testa piena di dubbi, confuso, impietrito da ciò che aveva appena visto. Tornò a guardare il disegno. Chi era quella donna? Pensandoci un poco il suo nome gli sarebbe balzato sulla lingua...

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categoria:i miei libri, assaggi letterari